Abbazia di Nonantola - Museo Benedettino e Diocesano di Arte Sacra Tel. 059.549025 - info@abbazianonantola.it

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L’ABBAZIA NEI SECOLI

 

fondazione ASTOLFO E ANSELMO: LA FONDAZIONE MONASTICA E LA SUA DEDICAZIONE

La fondazione dell’abbazia di Nonantola si colloca nel quadro storico - politico dell’insediamento dei Longobardi nel modenese. All’origine vi fu una donazione di terre: nel 752 Astolfo donò al cognato Anselmo, “olim dux militum, nunc dux monachorum”, la terra definita nelle fonti “locum Nonantulae”. Dopo un periodo di permanenza a Fanano, sull’appennino modenese, dove aveva fondato un ospizio nei pressi del Passo della Croce Arcana, Anselmo, su incarico di Astolfo, si trasferì a Nonantola coi suoi monaci. Qui vi fondò un monastero: si tratta di uno dei monasteri più insigni ed antichi della Val Padana, forse la prima vera e propria fondazione benedettina in tutto il nord Italia. I futuri sviluppi del monastero finirono per superare gli intenti e le previsioni dei suoi fondatori. Il monastero, dotato di numerosissime pertinenze la cui estensione non era inferiore ai 400 chilometri quadrati, godeva della proprietà della pesca, dei mulini, dei ponti, dei boschi, dei pascoli e delle numerose chiese e cappelle poste nel rispettivo territorio, con diritti fiscali che davano all’abate anche la facoltà di riscuotere i contributi dei sudditi del monastero.

L’originario edificio di culto, stando alle fonti a nostra disposizione, cambiò titolazione quattro volte in quattro anni: essa fu in un primo momento dedicata alla Madonna e a San Benedetto e, come tale, sarebbe stata consacrata da un certo vescovo Geminiano di Reggio Emilia l’8 ottobre 752. Una seconda dedicazione ai Santi apostoli Pietro e Paolo sarebbe avvenuta il 9 giugno 754 per mano dell’arcivescovo Sergio di Ravenna. Tale dedicazione venne poi estesa a tutti i Santi Apostoli.

Da ultimo, una quarta dedicazione, questa volta a San Silvestro I papa, sarebbe avvenuta il 20 novembre 756 ad opera del vescovo Romano di Bologna. Da quel momento l’abbazia, impreziosita dal corpo del santo papa portato da Roma a Nonantola dai longobardi nel 756, assunse definitivamente il titolo di San Silvestro.

Nel 757 prese il potere del regno longobardo il bellicoso Desiderio: Anselmo venne rimosso da Nonantola ed esiliato a Montecassino. Non sappiamo quanto sia durato tale esilio, forse fino al 774 quando Carlo Magno assoggettò i Longobardi.

Anselmo, dopo una breve malattia, circondato dai suoi monaci a cui rivolse le ultime esortazioni e diede un’ultima benedizione, spirò tra le loro braccia, a Nonantola il 3 marzo 803.

ACMo A.I.2 monogramma 01 L’ABBAZIA IMPERIALE DI CARLO MAGNO E DEI CAROLINGI

Assoggettati i longobardi nel 774, l’abbazia entrò nella compagine del Sacro Romano Impero.

Carlo Magno non apportò alcuna radicale trasformazione amministrativa al precedente ordine. Strategico, ai fini del controllo del territorio e delle vie di comunicazione, specialmente nelle aree di confine, fu il ruolo dei monasteri, come quello di Nonantola.

Nell’età carolingia i monasteri benedettini ebbero indubbiamente una funzione spirituale, religiosa e culturale, ma furono anche centri di potere al servizio del sovrano, fornendo monaci e chierici in grado di produrre la documentazione di cui necessitava la gestione imperiale. Le abbazie diventarono uno strumento prezioso per la politica culturale di Carlo Magno,rivolta ad unire genti diverse - che parlavano lingue diverse e scrivevano con calligrafie differenti, che vivevano in luoghi distanti del suo impero - con gli stessi libri liturgici, gli stessi testi sacri e gli stessi canti religiosi. In un’epoca in cui pochi sapevano leggere e scrivere, fu necessario rivolgersi agli unici conoscitori di questi saperi, i monasteri, vere e proprie isole culturali che si trasformarono in fabbriche di codici.

Carlo Magno raggruppò intorno alla sua corte uomini di cultura come l’anglosassone Alcuino, maestro della scuola episcopale di York, o il monaco longobardo Paolo Diacono. Lo sforzo di dare nuovo vigore alla gestione dello stato, che ricreò scuole e pratiche amministrative basate sull’uso regolare della scrittura, è stato definito dai medievisti “rinascenza carolingia” e fu un fenomeno che riguardò soprattutto gli ecclesiastici, dato che Carlo Magno ed i suoi successori si servirono principalmente di loro per la redazione degli atti e l’organizzazione delle cancellerie imperiali. Il nuovo bisogno di libri condusse alla diffusione di una nuova scrittura, che dal nome dell’imperatore fu detta “minuscola carolina”, introdotta per semplificare il lavoro di copia degli amanuensi e che costituì la base di ogni successiva corsiva minuscola.

Il legame dell’abbazia con la figura di Carlo Magno è strettissimo: durante il suo regno fu dotata di beni, terreni e privilegi a partire già dal 776, mantenendola così strettamente legata alle vicende imperiali. Gli abati di età carolingia non furono solo dei mistici asceti, ma veri funzionari imperiali, spesso incaricati di svolgere delicati compiti politici e di rappresentanza imperiale. Agli inizi del IX secolo, sotto l’abate Pietro, d’origine franca e successore di Anselmo, il monastero acquistò ulteriore prestigio in ambito europeo e lo stesso abate, nell’813, fu incaricato da Carlo Magno di recarsi a Costantinopoli insieme al vescovo di Treviri Amalario per un’ambasceria. Similmente l’abate Ansfrido. Ludovico il Pio confermò la sua attenzione per il monastero con altri privilegi; nell’837 qui soggiornò Lotario, che concesse ai monaci il diritto di eleggere liberamente il proprio abate. Nell’883 Carlo il Grosso fissò a Nonantola il suo incontro col papa Marino.

Dell’età carolingia restano ancora oggi presso l’Archivio abbaziale 14 importanti documenti in pergamena – le più antiche in originale - rispettivamente 10 in originale e 4 in copia. Fra questi spiccano 3 diplomi originali di Carlo Magno, e particolarmente quello datato 797 recante il suo monogramma, con il quale egli conferma alcune donazioni di terre tra Vicenza e Verona in favore del monastero, aggiungendone altre nel bolognese, e il placito dell’801, primissima testimonianza in cui Carlo Magno viene citato come “imperator” e non più come “rex francorum et langobardorum”. Con questo documento, passato per le mani di Sant’Anselmo, all’epoca ancora abate del monastero, Carlo, nella lite sorta tra Vitale vescovo di Bologna e l’abate nonantolano circa la chiesa di Lizzano, riconosce al vescovo i diritti rivendicati, confermando al tempo stesso all’Abbazia la donazione della suddetta chiesa fatta dal re Astolfo.

E’ assai probabile che nell’800 i monaci dell’Abbazia abbiano accolto Carlo durante una tappa del suo viaggio verso Roma per essere incoronato imperatore: infatti, le abbazie sottoposte alla protezione del sovrano erano a tutti gli effetti nella sua disponibilità e uno dei diritti che egli poteva esercitarvi era quello di ricevere da esse vitto ed alloggio per sé e per il proprio seguito, ipotesi avvalorata anche dal fatto che nell’Abbazia di Nonantola si venerava il corpo di Silvestro, il papa dell’imperatore Costantino, e Carlo si servì della sua figura per presentarsi come alter Costantinus.

nonantola pellegrinaggio.jpg LUOGO DI ACCOGLIENZA E META DI PELLEGRINAGGI: LA VIA ROMEA NONANTOLANA

Il tema dell’ospitalità benedettina gratuita nel Medioevo si presenta ampio e complesso, anche perché permette di allargare il fondamentale elemento dell’interpretazione religiosa del fenomeno ad altri ambiti, come quello relativo al controllo della viabilità e del territorio: il potere politico si servì infatti costantemente a tale fine di abbazie ed ospitali specialmente nelle zone di confine, come il casa di Nonantola, a pochi chilometri dal confine con l’Esarcato di Ravenna.

In altri termini, le abbazie costituivano centri di irradiazione religiosa posti normalmente su vie di grande comunicazione o in zone strategicamente importanti.

reliquia santa croce nonantolaLa sacralità dell’ospitalità, prescritta da Benedetto nella sua Regola,  era ovviamente ricondotto al versetto del Vangelo di Matteo 25, 35 “fui straniero e mi accoglieste”, in cui l’ospite viene pienamente identificato con lo stesso Cristo. La sua accoglienza  prevedeva perciò un vero e proprio rito. Fra coloro che giungevano al monastero particolare attenzione doveva esser rivolta ai poveri e ai pellegrini. Il monastero era quindi attrezzato con una serie di ambienti, la foresteria, che potessero ospitare chiunque qui giungesse, per rifocillarsi, riposare, trovare riparo per poi proseguire nel proprio viaggio.

L’abbazia divenne ben presto meta di numerosi pellegrinaggi e punto di sosta nei cammini più lunghi verso i luoghi maggiori della Cristianità: Roma, la Terra Santa e Santiago di Compostela, trovandosi lungo la cosiddetta “Via Romea Nonantolana”, un itinerario che scendeva in Italia dalla Germania attraverso il Brennero, e passando per il veronese ed il mantovano giungeva a Nonantola per poi riprendere verso gli appennini, giungere in Toscana e ricongiungersi alla Via Francigena.

Elemento importante di richiamo per i pellegrinaggi era – ed è tuttora – la presenza di uno dei Tesori Sacri più importanti per le abbazie e le cattedrali, costituito da reliquie del legno della Santa Croce e reliquie di Santi molto venerati nel Medioevo, come il papa San Silvestro I.

 45B2970 L’ORGANIZZAZIONE ED IL LAVORO DEI MONACI

I monasteri benedettini, che nel Medioevo coprirono con una loro fitta rete l’Europa, si articolavano in ferventi comunità di religiosi, di chierici e di laici, uniti nella preghiera e nel culto divino ed aperti alla società civile, che gravitava intorno a loro. D’altra parte, con il crollo dell’Impero Romano d’Occidente e la destrutturazione di ogni settore dello stato, i monasteri rimasero gli unici centri di riferimento territoriali dotati di una propria struttura politica, amministrativa, giuridica ed economica. Presenti ed operanti sempre nei grandi momenti della storia della Chiesa, essi furono anche unità amministrative ed economiche, delle curtes, con rilevante peso nella vita sociale dell’Alto Medioevo.

La vita monastica si articolava attorno alla Regola di San Benedetto. Tra i suoi pregi vi è la concretezza e il suo realismo; in essa vengono stabiliti i ruoli e i compiti di ciascun membro della comunità monastica, e stabilite le regole per la convivenza.

Il monaco è sottoposto alla Regola e all’abate. L’ingresso al monastero non era semplice: il candidato veniva lasciato fuori dalla porta per quattro o cinque giorni, dopo i quali, se resisteva, veniva fatto alloggiare per alcuni giorni nella foresteria. Accolto poi nella parte del monastero riservata ai novizi, un monaco anziano si prendeva cura di lui, prospettandogli la durezza della vita monastica; dopo due mesi gli si leggeva per intero la Regola, quindi seguiva il noviziato per altri dieci mesi, e, infine, veniva accolto nella comunità, non prima di avere scritto di suo pugno la professione monastica, con l’impegno alla conversione alla vita nuova e all’ubbidienza. Il monaco faceva i tre voti di castità, povertà ed ubbidienza, promettendo di seguirli e di non abbandonare il monastero, ma di vivere in umiltà.

Fedeli al motto “Ora et Labora”, i fratres organizzarono le proprie giornate in modo regolare, alternando i turni di preghiera al lavoro manuale: erano assai spesso esperti in diverse arti e crearono quindi attività ed officine, cosicché anche il commercio fiorì intorno alle grandi abbazie.

I monaci si alzavano a notte fonda, tra la mezzanotte e le due, per cantare le Vigilie, quindi tornavano a letto fino alle Lodi, che segnavano il risveglio della comunità monastica. Tra le Lodi e l’ora di Prima vi era un breve intervallo per l’igiene e le necessità di ciascuno; dopo l’ora di Prima – tra le cinque e le sei – avveniva la spartizione dei compiti della giornata e ciascuno si dedicava alla sua specializzazione. Le preghiere dell’ora Terza – verso le nove – erano brevi e venivano recitate sui luoghi di lavoro. L’ora Sesta vedeva i monaci riunirsi prima del pranzo, che avveniva tra letture edificanti. All’ora Nona – verso le tre del pomeriggio – riprendevano le attività che terminavano all’imbrunire, quando suonava  la campana del Vespro. Si andava a letto tra le diciotto e le diciannove (ma anche più tardi, a seconda delle stagioni), e prima di addormentarsi, nel dormitorio stesso, si recitava la Compieta.

monaciL’abate, sempre secondo la Regola, veniva eletto dai monaci, riuniti nel capitolo, in base ai suoi meriti. Nel corso dei secoli, e il caso nonantolano è esemplare da questo punto di vista, questo principio democratico venne spesso disatteso: soprattutto nei periodi di crisi, famiglie nobili imposero loro esponenti a capo delle abbazie. L’abate era il responsabile del monastero, il padre, il pastore ed il maggiordomo della casa: a lui si dovevano rispetto, ubbidienza ed onore, ma anche egli era sottoposto come tutti i monaci alla Regola, e doveva esercitare  i suoi poteri con moderazione ed umanità, servendosi della collaborazione degli altri monaci. All’abate competeva l’organizzazione della vita monastica: la liturgia, il controllo dei novizi, i rapporti con i potentati locali e gli altri monasteri. Egli non alloggiava nei dormitori, ma disponeva di un appartamento riservato.

Il priore era il collaboratore principale dell’abate, a lui legato da stima e devozione. Per far funzionare una comunità complessa e a volte numerosa erano previste una serie di cariche con responsabilità specifica del settore di competenza: il cellario curava l’amministrazione generale del monastero, il cantore insegnava il canto ai monaci ed intonava gli inni durante le celebrazioni, il maestro dei novizi si occupava dell’insegnamento ai monaci più giovani, cercando di scorgere nei loro cuori la vera vocazione monastica, il cancelliere curava l’archivio e la conservazione dei documenti, il sagrestano aveva la responsabilità dei vasi e dei paramenti sacri, l’elemosiniere distribuiva le elemosine ai poveri, il bibliotecario era l’unico a conoscere tutti i volumi della biblioteca monastica, ne curava la conservazione, la distribuzione ai monaci che ne avessero bisogno.

L’operato dei monaci fu fondamentale per la cura del territorio e della cultura. Essi riscattarono dall’abbandono terre incolte, risanarono paludi, insegnarono tecniche di coltivazione nei campi, salvarono e tramandarono coi loro scriptoria e le loro biblioteche la cultura del mondo antico e ne produssero di nuova, anche nel campo dell’arte e della musica.

034 LO SCRIPTORIUM NONANTOLANO

Con il termine “scriptorium” si intende un luogo specifico del monastero nel quale i monaci provvedevano alla realizzazione dei codici in tutte le loro parti, dalla preparazione delle pergamene mediante piegatura, foratura e rigatura fino alla stesura della parte scritta ed infine, eventualmente, alla realizzazione del decoro miniato, della legatura e della coperta.

Il lavoro veniva suddiviso con attenzione a seconda delle capacità dei monaci deputati a tali mansioni: vi era il monaco addetto alla preparazione della pergamena, quello amanuense, il rubricatore, e quello miniatore. Per agevolare la loro attività, che era faticosa, richiedeva grande concentrazione ed era equiparata alla preghiera, l’ambiente doveva essere ben illuminato mediante grandi vetrate e ben riscaldato grazie alla presenza di ampi camini.

Nel caso specifico del monastero nonantolano non sappiamo con certezza dove tale luogo potesse essere ubicato poiché non vi si è conservata memoria né nell’evidenza archeologica né nelle fonti documentarie.

Non abbiamo notizie certe sull’avvio della produzione dello scriptorium: sappiamo però che Anselmo portò dall’esilio di Montecassino alcuni codici che costituirono il primitivo nucleo dell’antica biblioteca abbaziale. I primi codici noti, prodotti nel IX secolo, furono composti in una minuscola precarolina tipizzata, con molti punti di contatto con la beneventana e con le parallele sperimentazioni grafiche condotte in altri centri dell’Italia Settentrionale, come Bobbio, Verona e Pavia, ma caratterizzata da una maggiore uniformità, tanto da prendere il nome di “tipo di Nonantola”, avvalorando in questo modo l’ipotesi che i codici portati a Nonantola da Anselmo dopo l’esilio a Montecassino funsero da possibili modelli di elaborazione grafica. Caratteristiche della minuscola “di Nonantola” sono la e alta e strozzata, la o a goccia, l’uso della a aperta e la prevalenza della d onciale.

Evidenziata la difficoltà di ricostruire la prima attività dello scriptorium esclusivamente in base ad analisi paleografiche, si può rilevare che i codici prodotti a Nonantola nel IX secolo mostrano una notevole omogeneità quanto a caratteri paleografici ed ornamentali in cui si uniscono influssi della tradizione franco sassone con quella meridionale. In particolare, si riconosce in essi una grande cura nell’impaginazione e nella delimitazione dello specchio scrittorio, la presenza di un’illustrazione sobria ed una notevole omogeneità grafica che rivelano uno scriptorium organizzato con la presenza di diversi scribi coordinati, però, da un unico maestro.

L’adozione della minuscola carolina nello scriptorium avvenne abbastanza tardi e probabilmente per gradi e tentativi successivi. Questa fase è difficile da seguire per la penuria di manoscritti attribuibili alla seconda metà del IX secolo. Tale carenza fu in parte dovuta alla scomparsa del materiale in seguito ai rovinosi avvenimenti che si susseguirono alla fine del secolo ma anche ad un periodo di crisi della comunità monastica, che subì il tentativo di usurpazione del vescovo Adalardo di Verona. Seguirono un incendio e l’invasione degli Ungari (899), i quali “venerunt usque ad Nonantulam et occiderunt monachos, et codice multos concremaverunt”.

La ricostruzione probabilmente avvenne in tempi brevi, poiché già nel 904 fu consacrata la nuova chiesa; tuttavia il X secolo si segnala come un periodo di debolezza del monastero, che subì l’avvicendarsi di abati esterni: dapprima Guido, vescovo di Modena, poi Giovanni Filagato, vescovo di Piacenza.

All’inizio dell’XI secolo, quando l’abate Rodolfo si accinse a reintegrare le perdite subite dalla biblioteca e probabilmente a riorganizzare lo scriptorium, la situazione economica e politica del cenobio doveva essersi risollevata. Fu soprattutto ad opera degli abati dell’XI secolo che l’Abbazia benedettina si riorganizzò e rinacque, ricostituendo e riconquistando il suo fondamentale ruolo di centro organizzatore e fulcro del territorio circostante, sia dal punto di vista politico-economico che culturale. Dal punto di vista illustrativo e compositivo, i manoscritti dell’XI e XII secolo rivelano notevoli punti di somiglianza: sono tutti di formato analogo, con un rapporto costante tra specchio scrittorio e dimensione della pagina di pergamena, la composizione è rigorosamente in quaternioni con inizio lato pelo. Gli incipit dei testi tracciati in minio sono in carolina o capitale rustica di modulo uguale al testo; le iniziali a pennello, distribuite con parsimonia, sono invece generalmente ad intrecci geometrici spesso con racemi fitomorfi agli apici, con toccature rosse, verdi e gialle. Il sistema di illustrazione appare quindi sobrio. L’operazione realizzata dall’abate Rodolfo si inserisce in un quadro di completa riorganizzazione del cenobio, di ridefinizione  del suo ruolo politico e culturale e di elaborazione della propria simbologia del potere, finalizzata a contenere le ingerenze delle sedi vescovili vicine.

Dalla seconda metà del XII secolo la scuola monastica e lo scriptorium rapidamente decadono, perdendo il confronto con i vicini centri cittadini, soprattutto con Bologna dove è già attivo lo Studium.

Nonostante periodi di decadenza e spoliazioni, si giunse alla realizzazione di 259 volumi che vennero a costituire l’antica Biblioteca abbaziale poi dispersa. Diversi codici nonantolani sono stati indentificati in varie biblioteche europee: Londra, Parigi, Dublino, Bamberga, Vercelli, Bologna, Modena, Firenze. Attualmente i nuclei maggiori di tale patrimonio librario sono conservati a Roma (Biblioteca Apostolica vaticana e Biblioteca Nazionale Centrale), mentre a Nonantola rimangono solo 3 esemplari custoditi nel Museo Benedettino e Diocesano di Arte Sacra e facenti parte del Tesoro abbaziale: si tratta dell’Acta Sanctorum (X-XII secolo), del Cantatorio (XI secolo) e dell’Evangelistario detto “di Matilde di Canossa” (XI-XII secolo). 

LE RADICI CRISTIANE DELL’EUROPA. LE FRATELLANZE DI PREGHIERA

Il monastero di Nonantola all’inizio dell’XI secolo entrò a far parte di una grande fratellanza di preghiera, che riuniva decine di cenobi disseminati nell’Europa centro-settentrionale. Essa consisteva in un patto spirituale in base al quale i monasteri benedettini si impegnavano a scambiarsi gli elenchi dei monaci, per i quali poi pregare. Tali liste venivano copiate nel cosiddetto Liber vitae di ciascun monastero. In quello dell’Abbazia di Reichenau (nella Germania meridionale) sfilano circa 40.000 nomi. E’ di grande importanza la presenza di un indice con i nomi di 56 monasteri, tutti uniti in fratellanza con Reichenau. Tale appartenenza rappresentò un primo importantissimo stadio nelle relazioni fra i diversi centri religiosi, che in questo modo ebbero la strada aperta ad ogni altro tipo di scambio, in campo culturale, linguistico, liturgico, musicale, artistico, economico. Ad un secondo livello, le liste di nomi ci permettono di desumere con certezza il numero di monaci presenti nel monastero: al tempo dell’abate Pietro (successore di Anselmo, d’origine franca, scelto da Carlo Magno, in carica dall’804 all’825) erano ben 851, numero elevatissimo per l’epoca, indice di un’abbazia florida ed in costante espansione.

firma di matilde IL PIENO MEDIOEVO. GOTESCALCO E LA PARTECIPANZA AGRARIA. IL MONASTERO ED I CANOSSA

Dopo la morte di Carlo il Grosso, in seguito alla quale terminò la dinastia carolingia, la scena politica italica subì una radicale trasformazione; lo stesso successe per il monastero di Nonantola dove al posto delle glorie e prosperità passate subentrarono tristi sventure. Dopo l’abbaziato fecondo di Teodorico, che terminò nell’887 con la sua morte, il monastero rimase privo per quattro anni dell’abate, situazione alla quale bisogna aggiungere un evento negativo. Durante la vacanza dell’abate, nell’890, vi fu un tremendo incendio le cui fiamme arsero interamente il monastero distruggendo non solo il complesso ma anche l’archivio e i suoi preziosi documenti.

Nello stesso anno venne finalmente eletto il nuovo abate nella persona di Landefredo che riedificò il monastero. Ma le sventure non erano ancora terminate: nell’autunno 899 gli Ungari giunsero in Italia, invadendo e saccheggiando anche Nonantola. Un numero molto elevato di monaci venne ucciso, la chiesa fu arsa, il monastero fu depredato e un gran numero di codici e di opere d’arte venne perso. L’abate Leopardo, successore di Landefredo, in carica tra l’895 e il 907, ebbe dal papa Sergio III conforto e aiuto e poté così riparare i danni arrecati dagli Ungari.

Nel 962 l'abbazia venne data da Ottone I a Guido vescovo di Modena e arci-cancelliere imperiale. In tal modo rischiò seriamente di essere assorbita dalla diocesi modenese, e perdere tutti quei titoli d'indipendenza già sottoscritti da papi e imperatori. Infatti pare che fu proprio sotto Guido che vennero distrutti i privilegi papali ed imperiali e nello stesso tempo approntati dei falsi per proteggersi dal vescovo di Bologna, che nel frattempo, con un diploma falso, tentava di far rientrare anche Nonantola nella sua diocesi   .
Con Rodolfo I (1002-1035), l'abbazia finalmente si vide retta in modo continuo. Iniziò un periodo di rinascita materiale e culturale.

Il nome di Gotescalco, abate tra il 1053 ed il 1059, è strettamente legato all’origine della Partecipanza Agraria di Nonantola. Una data importante per l’abbazia e per il popolo nonantolano, per la rilevanza sociale e i risvolti attuali, è il 4 gennaio 1058. Questo abate concesse a tutte le famiglie che allora abitavano a Nonantola e che vi avrebbero in futuro abitato, oltre a diritti fondamentali inerenti la persona umana, di cui non fruivano ancora, l’uso perpetuo di tutta la terra coltivabile posta entro i confini del nonantolano e lo sfruttamento, in comune, di boschi, paludi e pascoli. Come contropartita il popolo nonantolano avrebbe dovuto, entro sei anni, costruire tre parti di mura intorno al castello (il borgo più l’abbazia), mentre alla quarta parte avrebbero provveduto gli abati. Nacque così la Partecipanza agraria di cui anche oggi beneficia gran parte della popolazione nonantolana.

Gotescalco morì l’anno successivo alla sua donazione. A lui succedette Landolfo I, nominato abate nel 1060 e rimasto in carica fino al 1072. Grazie al suo operato, il papa Alessandro II confermò all’abbazia i suoi privilegi. Dopo la sua scomparsa, l’abbazia rimase sede vacante fino al 1086.

Erano quelli gli anni traumatici della lotta delle investiture, a cui l’abbazia partecipò attivamente: I protagonisti principali di questo scontro furono il pontefice Gregorio VII, appoggiato dalla contessa Matilde di Canossa, e l’imperatore Enrico IV. I monaci nonantolani si schierarono dalla parte di Gregorio e di Matilde. E proprio Gregorio VII, di ritorno da Canossa, si fermò nella abbazia il giovedì santo dell’anno 1077 per celebrare la messa crismale. Lo stesso pontefice concesse al monastero il nuovo abate, Damiano, attorno al 1086 e lo sollevò da alcune decime che i vescovi di Modena esigevano per amministrare il sacramento della cresima.

Gregorio VII si spense nel 1085, quando la conclusione della lotta per le investiture era ancora lontana. Toccò al papa Callisto II ed al successore di Enrico IV, il figlio Enrico V, siglare il Concordato di Worms del 1122 che poneva fine alla lunga e accesa controversia. Nonantola ebbe un suo ruolo: spettò, infatti, ad un monaco nonantolano, chiamato Placido, preparare i principi giuridici che racchiudevano e delimitavano con precisione i confini del potere spirituale e di quello temporale. Lo fece nel suo scritto intitolato “De Honore Ecclesiae”. In esso, i diritti della Chiesa trovarono un’abilissima sistemazione giuridica. Dopo la fine della lotta delle investiture, al monastero venne a mancare l’antica protezione imperiale. Ci si stava inoltrando a grandi passi verso la fase comunale.

Del periodo dei Canossa e specialmente di Matilde rimangono una ventina di pergamene nell’archivio abbaziale. La sua fu una politica ambigua nei confronti dell’abbazia: dapprima, nel 1083, assediò il paese spogliandolo di beni insieme alla sua chiesa. In un secondo tempo, invece, la contessa portò avanti una politica di vicinanza alla chiesa nonantolana, come testimoniato dalla serie di donazioni che Matilde fece al monastero, facendoci supporre che fosse avvenuta una riconciliazione rispetto alla frattura precedente. Nel 1088 venne confermato dalla contessa il possesso della chiesa di San Silvestro di Nogara; altre concessioni furono fatte nel 1103, per risarcire del danno che la contessa aveva arrecato al monastero per la sottrazione del suo Tesoro.

LA PERDITA DEL POTERE TEMPORALE. L’ABBAZIA TRA MODENA E BOLOGNA

Dopo la lotta per le investiture, la giurisdizione temporale cessò quasi completamente nel 1261, con il trasferimento al Comune di Modena del governo sui territori abbaziali compresi nei confini modenesi. In quell’anno fu innalzata lungo la cinta muraria la Torre dei Modenesi o dell’Orologio.

Nel 1307 Nonantola venne ceduta dai modenesi a Bologna. A sancire questo passaggio fu costruita la Torre dei Bolognesi o Rocca. Nonantola rimase sotto il dominio dei bolognesi sino al 1325, quando tornò in mano ai modenesi, quindi sotto il controllo degli Este. Modena, infatti, dal 1289 era passata sotto il controllo dei signori di Ferrara.

Museo S Carlo del Carracci IL PERIODO DELLA COMMENDA. I CISTERCENSI A NONANTOLA

Nel 1449 morì Gian Galeazzo Pepoli: egli fu l’ultimo della lunga serie degli abati regolari, dal momento che dopo di lui i pontefici romani assegnarono l’abbazia a commendatari.

Le cause precise di questo passaggio non sono sicure: certamente un peso determinante fu giocato dal fatto che alla morte di Gian Galeazzo Pepoli, il monastero ospitasse soltanto sei monaci benedettini, numero che era andato assottigliandosi sempre più anche per lo sviluppo degli ordini mendicanti, come l’ordine francescano e quello domenicano.

La decadenza era ben visibile e si ipotizzare che i pontefici giunsero alla decisione di assegnare l’abbazia in commenda pensando che i commendatari, con le loro sollecitudini, potessero ricondurre la chiesa all’antico splendore.

Gli abati commendatari, generalmente, non risiedevano a Nonantola; spesso si trattava di importanti uomini della curia romana come vescovi e cardinali i quali, tra i propri titoli, poterono aggiungere anche la reggenza del monastero nonantolano. In questo modo non erano più i monaci a scegliere l’abate, così come previsto dalla Regola di San Benedetto, ma era lo stesso pontefice romano a designare chi li avrebbe guidati.

In loco, invece, le sorti dell’abbazia erano rette da un vicario generale nominato della stesso commendatario. Il vicario generale era la figura di raccordo tra l’abate commendatario, che molto spesso risiedeva a Roma, ed i monaci del monastero. Inoltre, molto frequentemente, era lui stesso a svolgere le visite pastorali nelle parrocchie in rappresentanza dell’abate.

I più celebri abati commendatari furono i cardinali Giuliano Della Rovere, poi Papa Giulio II, e S. Carlo Borromeo. Quest'ultimo lasciò a Nonantola un ricordo positivo, avendo fondato qui il Seminario secondo i dettami del Concilio Tridentino.

Nel 1514 i monaci Cistercensi subentrarono ai benedettini, che abbandonarono l’abbazia dopo 762 anni. L’abate commendatario Gian Matteo Sertorio approvò la loro sostituzione, che venne ratificata dal Breve di Papa Leone X nell’anno seguente.

Nel XVIII secolo il cardinal Tanara ampliò il seminario nonantolano e il cardinal Albani modificò sostanzialmente la basilica, adattandola ai canoni dell’arte barocca.

IMG 0247 nonantola DALLA RIVOLUZIONE FRANCESE AD OGGI

Nel 1769, su richiesta del Duca estense di Modena, papa Clemente XIII soppresse il monastero e con la successiva definitiva partenza dei monaci cistercensi venne radunato dal 1783 un consorzio di sacerdoti, primo nucleo del Capitolo di Canonici, definitivamente costituito nel 1929 per volere del vescovo modenese Giuseppe Antonio Ferdinando Bussoleri.

Continuò invece la sua vita l’abbazia territoriale, cioè la funzione diocesana. Evitò la soppressione, già concordata tra la Repubblica Italiana napoleonica e il papa Pio VII, perché rimandata alla morte naturale del commendatario, il vescovo Francesco Maria d’Este, che visse fino al 1821.

Il nuovo duca di Modena Francesco IV ottenne da Pio VII il ristabilimento pieno della giurisdizione diocesana dell’abbazia, però con la perdita delle parrocchie esterne al Ducato e l’affidamento stabile della Commenda al vescovo pro-tempore di Modena. 

Nel 1933 il papa Pio XI concesse all’abbazia il titolo di Basilica Minore. Nel 1986, con la revisione generale delle diocesi italiane, il territorio dell'Abbazia e quello dell'arcidiocesi di Modena sono stati unificati in Arcidiocesi di Modena-Nonantola. L’ultimo abate commendatario e primo Arcivescovo Abate fu Mons. Bartolomeo Santo Quadri. L’Arcivescovo Abate attualmente in carica, 91° successore di S. Anselmo, è Mons. Erio Castellucci, eletto il 3 giugno 2015, solenne ingresso il 14 settembre, Festa dell’Esaltazione della Santa Croce.

CRONOLOGIA ESSENZIALE

1500-1200 a.C. età del Bronzo: primi insediamenti terramaricoli documentati a Nonantola (Redù).

183 a.C. Modena colonia romana. Inizia la centuriazione del territorio. Il nome Nonantola deriva dal numerale latino nonaginta, poi Nonatula ad indicare le novanta centurie qui costituitesi.

752 d.C Anselmo, giù duca del Friuli, fonda il monastero benedettino sulle terre a lui donate dal re longobardo Astolfo.

756 Il monastero accoglie le reliquie del santo papa Silvestro I, al quale viene intitolata l’abbazia.

758-774 Esilio di Anselmo a Montecassino, che termina con l’assoggetamento dei Longobardi ai Franchi.

780, 798, 801 Diplomi autentici di Carlo Magno all’abbazia. Le sue proprietà vengono notevolmente ampliate.

3 marzo 803 Anselmo muore. Carlo Magno indica l’abate Pietro come successore.

814 L’abate Pietro è ambasciatore presso Costantinopoli su incarico di Carlo Magno. Similmente l’abate Ansfrido qualche anno dopo.

870-887 L’abate Teodorico fa erigere la Pieve di San Michele Arcangelo.

8 luglio 884 Papa Adriano III muore durante un viaggio nei pressi di Spilamberto/San Cesario sul Panaro. Il suo corpo viene solennemente traslato a sepolto in abbazia.

899 Gli Ungari saccheggiano l’abbazia. Molti monaci vengono uccisi e molti codici distrutti.

911 Il monastero accoglie le reliquie dei santi Senesio e Teopompo, provenienti da Treviso.

1013 L’abate Rodolfo I commissiona il portale della erigenda basilica romanica.

1058 L’abate Gotescalco istituisce la Partecipanza Agraria.

13-28 aprile 1077 Papa Gregorio VII è a Nonantola e qui celebra le feste pasquali.

1084 Matilde di Canossa assedia e occupa Nonantola.

1111 Il monaco nonantolano Placido scrive il Liber de honore Ecclesiae alla chiusura della lotta per le investiture.

1115 Matilde di Canossa muore, dopo aver risarcito all’abbazia i danni precedentemente arrecati.

1117 Un violento terremoto che colpì la Pianura Padana arreca gravi danni all’abbazia. Ancora oggi questo fatto è testimoniato dall’iscrizione latina sull’architrave del portale.

1261 Con un lodo, Nonantola assoggettata a Modena. Costruzione della Torre dell’Orologio.

1307 Modena cede Nonantola a Bologna. Innalzamento della Torre dei Bolognesi.

1325 Battaglia di Zappolino. Nonantola passa sotto il controllo della Modena estense.

1449 Muore l’ultimo abate regolare. Inizio della Commenda.

1514 I Benedettini vengono allontanati dal monastero e sostituiti dai Cistercensi.

1560-1566 E’ abate commendatario san Carlo Borromeo che fonda il seminario abbaziale, aperto fino al 1972.

Fine ‘600 Trasformazione della basilica secondo i canoni dell’arte barocca.

1769 Francesco III d’Este sopprime il monastero nonantolano.

1783 Costituzione di un primo Consorzio di sacerdoti secolari

1784 L’abate commendatario Francesco Maria d’Este fa scrivere a Girolamo Tiraboschi la Storia dell’Augusta Badia di san Silvestro di Nonantola.

1796 Nonantola fa parte dello Stato Francese. Napoleone sopprime il monastero e la diocesi nonantolana.

15 luglio 1815 Francesco IV è a Nonantola. Essendo sopravvissuto l’abate commendatario, la diocesi abbaziale viene ripristinata.

1821 Alla morte di Francesco Maria d’Este l’abbazia viene affidata in perpetuo allo stesso vescovo modenese, che diventa così anche abate commendatario di Nonantola.

1913-1917 Grandi restauri dell’abbazia.

1929 L’arcivescovo Bussolari istituisce il Capitolo dei Canonici.

1933 Papa Pio XI con la Bolla Valde decet concede all’abbazia il titolo di basilica minore.

1986 Con la revisione generale delle diocesi italiane, l’arcidiocesi di Modena e la diocesi nonantolana vengono unificate nell’Arcidiocesi di Modena-Nonantola. Fine della serie degli abati commendatari. Inizio degli Arcivescovi Abati.

CRONOTASSI DEGLI ABATI NONANTOLANI

1. S. Anselmo 752 – 803

2. Pietro 804 – 824

3. Ansfrido 825 – 837

4. Ratperto 838 – 839

5. Ratichildo 839 – 842

6. Giselprando 842 – 851

7. Linetefredo  851 – 855

8. Leone I  855 – 856

9. Pietro II  856 – 865

10. Vanefrido  865 – 869

11. Regimbaldo  869 – 870

12. Teodorico  870 – 887

13. Landefrido  890 – 895

14. Leopardo  895 – 907

15. Pietro III  907 – 913

16. Gregorio Beato  913 – 929

17. Ingelberto  929 – 941

18. Gerlone  941 – 947

19. Gottifredo 947 – 958 circa

20. Guido Vescovo di Modena 959 – 969 circa

21. Umberto Vescovo di Parma 969 – 974 circa

22. Giovanni I Archimandrita 982 – 995 circa

23. Leone II 996 – 998

24. Giovanni II 998 – 1000

25. Leone III 1000 – 1002

26. Rodolfo I 1002 – 1032

27. Rodolfo II 1035 – 1053

28. Gottescalco 1053 – 1059 circa

29. Landolfo I 1060 – 1072

30. Damiano 1086 – 1112

31. Giovanni III 1112 – 1128

32. Ildebrando 1129 – 1140

33. Andrea 1140 – 1144 circa

34. Alberto I 1144 – 1154

35. Alberto II 1154 – 1178

36. Bonifacio 1179 – 1201

37. Raimondo 1201 – 1250 circa

38. Cirsacco 1250 – 1255

39. Buonaccorso 1255 – 1262

40. Landolfo II 1263 – 1275

41. Guido 1286 – 1309

42. Nicolò  Baratti 1309 – 1329

43. Bernardo 1330 – 1334

44. Guglielmo 1337 – 1347

45. Federico 1347 – 1348

46. Diodato 1348 – 1356

47. Lodovico 1357 – 1361

48. Ademaro 1363 – 1369

49. Tommaso de’ Marzapesci 1369 – 1385

50. Nicolò d’ Assisi 1386 – 1398

51. Battista Gozzadini 1398 – 1400

52. Delfino Gozzadini 1400 – 1405

53. Giangaleazzo Pepoli 1407 – 1449

ABATI COMMENDATARI

54. Gurone d’Este 1449 – 1484

55. Giuliano Card. Della Rovere 1485 – 1503

56. Giuliano Card. Cesarini 1505 – 1510

57. Gianmatteo Sertorio 1510 – 1516 circa

58. Gianjacopo Sertorio 1516 – 1527 circa

59. Gianmatteo Sertorio (nuov.) 1527 – 1531

60. Antonio Maria Sertorio 1531 – 1550

61. Giulio Sertorio 1550 – 1560

62. S. Carlo Borromeo 1560 – 1566

63. Gianfrancesco Bonomi 1573 – 1582

64. Guido Card. Ferreri 1573 – 1582

65. Filippo Card. Gustavillani 1582 – 1587

66. Girolamo Card. Mattei 1587 – 1603

67. Alessandro Mattei 1603 – 1621

68. Ludovico Card. Lodavisi 1621 – 1632

69. Antonio Card. Barberini 1632 – 1671

70. Jacopo Card. Rospigliosi 1671 – 1684

71. Jacopo Card. De Angelis 1687 – 1695

72. Sebastiano Antonio Card. Tanara 1695 – 1724

73. Alessandro Card. Albani 1724 – 1779

74. Francesco Maria d’Este 1780 – 1821

ABATI COMMENDATARI VESCOVI ED ARCIVESCOVI DI MODENA

75. Tiburzio Marchese Cortese 1822 – 1828

76. Giuseppe Marchese Sommariva 1828 – 1830

77. Adeodato Caleffi O.S.B. 1830 – 1838

78. Luigi Reggianini 1838 – 1848

79. Luigi Ferrari 1848 – 1852

80. Francesco Emilio Cugini 1852 – 1872

81. Giuseppe Maria Conte Guidelli 1872 – 1889

82. Carlo Maria Borgognoni 1889 – 1901

83. Natale Bruni 1901 – 1926

84. Giuseppe Antonio Ferdinando Bussolari O.F.M. 1926 – 1939

85. Cesare Boccoleri 1940 – 1956

86. Giuseppe Amici 1957 – 1976

87. Bruno Foresti 1976 – 1983

88. Bartolomeo Santo Quadri 1983 – 1986

ARCIVESCOVI ABATI DI MODENA -NONANTOLA

88. Bartolomeo Santo Quadri 1986 – 1996

89. Benito Cocchi 1996 – 2010

90. Antonio Lanfranchi 2010 – 2015

91. Erio Castellucci 2015

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